Come molti amanti del cinema e dei colossal storici, oggi, primo sabato dalla sua uscita sul grande schermo, vado a vedere “Odissea” di Christopher Nolan.
Non voglio dibattere sul film, sugli attori scelti o sul regista, ma su un concetto che va ben oltre la straordinaria storia di Ulisse, e che, personalmente, mi interroga su un nuovo ma eterno quesito: può coesistere il progresso con la poesia?
Proviamo a fare ordine e partiamo da un altra domanda: quando è stata l’ultima volta che vi siete persi? Non in senso metaforico, ma proprio a livello stradale. Probabilmente più di un decennio fa, perché se sbagliate rotta oggi c’è una voce metallica nel telefono che vi ricalcola il percorso in tre secondi. E il problema è risolto. Niente stress, niente spirito di avventura. Ottimizziamo la nostra vita per cercare forse altrove altre occasioni per emozionarci.
Come Ulisse e Don Chisciotte.
Sí, perché se svisceriamo da vicino questi due giganti letterari, ci accorgiamo che la frattura tra questi due eroi è la stessa che oggi divide il nostro progresso tecnologico dalla nostra fame di poesia.
Mi spiego meglio.
Ulisse è l’incarnazione di quell’intelligenza scaltra che non si perde in sogni, ma risolve problemi.
Il suo viaggio è lineare, da Troia per tornare ad Itaca, ed è lastricato di problemi, certo, ma lui è un problem solver! Ogni mostro che incontra sul suo cammino – sia esso un gigante con un occhio solo o una maga che trasforma gli uomini in maiali – viene sconfitto con il calcolo, la strategia, l’ottimizzazione delle risorse.
L’eroe di Omero assomiglia straordinariamente al nostro concetto di progresso.
Come la scienza, Ulisse studia il problema per superarlo. C’è un ciclope che vuole mangiarselo? Lui gli offre del vino, gli dice che si chiama “Nessuno” e lo acceca. Ci sono le Sirene che cantano? Lui si fa legare come un salame all’albero della nave perché vuole togliersi lo sfizio di ascoltarle, ma col cavolo che si fa fregare!
Ulisse è il progresso fatto persona. È la scienza che guarda un limite, lo studia e dice: “Ok, come lo aggiriamo?”.
Dall’altra parte del Mediterraneo, secoli dopo, un signore di mezza età decide di intraprendere un altro tipo di viaggio, indossa un’armatura arrugginita, sale su un cavallo che sembra uno stendibiancheria e parte per “sistemare”il mondo.
Il suo viaggio non ha una meta. Don Chisciotte non vuole “arrivare”, vuole evadere dalla noia di una realtà grigia e calcolata; il suo viaggio non è stabilito, non ha una mappa reale, ma usa l’immaginazione per reinventare a suo gusto il mondo che si trova ad affrontare.
Dove Ulisse vede un mulino a vento utile a macinare il grano, lui vede un gigante cattivo da asfaltare. E non importa se ogni volta finisce a terra con le ossa rotte; lui si rialza e ci crede ancora.
Se Ulisse usa la ragione per smontare i limiti, il cavaliere dalla triste figura, usa la fantasia per rimontarli e costruire una realtà accettabile, anche a costo di passare per pazzo.
In questo modo, un mondo di soli Ulisse rischia di diventare una macchina fredda ed asettica, me ne darete ragione. Un mondo fatto solo di Ulisse sarebbe una noia mortale. Sarebbe un ufficio open-space, pulito, efficiente, ma senza un briciolo di anima.
Ed è qui che allora la coesistenza con Don Chisciotte diventa vitale.
Abbiamo bisogno della “follia” per ricordarci che dietro l’efficienza, dietro uno schermo, dietro ad un pixel o un algoritmo, ci sono ancora le emozioni e lo stupore umano. La poesia è quella sana “follia” che ci serve per ricordarci che non siamo macchine. Abbiamo bisogno di qualcuno che guardi quel ammasso di pixel e ci veda un’emozione, o che si chieda: “Sì, va bene, funziona… ma ci rende felice?”
Progresso e poesia, Ulisse e Don Chisciotte, non sono nemici che devono escludersi, ma le due gambe su cui cammina l’umanità.
Senza l’astuzia di Ulisse, Don Chisciotte morirebbe di fame alla prima locanda; senza la visione di Don Chisciotte, Ulisse avrebbe svoltato a sinistra dopo la Sicilia e sarebbe arrivato a casa in dieci giorni, ma completamente svuotato di qualsiasi emozione.
Insomma, se il progresso cambia il paesaggio in cui viviamo, la poesia si occupa del modo in cui lo guardiamo. E finché ci sarà un essere umano capace di guardare un grattacielo o un razzo diretto su Marte e di provarne stupore, terrore o solitudine, progresso e poesia viaggeranno insieme.
Ed è con questa convinzione che entro al cinema.
E spero che questa nuova visione dell’Odissea mi regali davvero un’occasione per concretizzare, attraverso uno schermo, la necessaria coesione tra progresso e poesia.