Si dice che la Storia si ripete.  E che l’uomo è un animale senza memoria. Beh, deve essere vero se ci troviamo oggi ad assistere ad eventi che sembrano tenerci in sospeso, in un’attesa che sa di già visto ma che spaventa come se fosse la prima volta.

Un sottile senso di smarrimento e di timore  sembra infatti far tremare la terra sotto i nostri piedi, chiedendoci se esiste ancora un confine tra la fermezza e la ferocia, la follia e la paura.

In questo clima di ansia collettiva, in cui il futuro appare come una distesa incerta e calpestata, il mio personale sguardo, quasi ironicamente ma a ben donde, torna indietro nella storia, cercando in un passato lontano un parallelo che faccia da specchio per osservare i “flagelli” del presente.

Balziamo indietro nel tempo: siamo nel 452.  Attila, re degli Unni, barbaro tra i barbari, non era un uomo da mezze misure: si era costruito la solida reputazione di sterminatore di civiltà, uno capace di radere al suolo intere nazioni nello spazio di una notte.  Si diceva che dove passasse lui non crescesse più nemmeno l’erba.

La cosa, lungi dal dispiacergli, lo riempiva di orgoglio. Si considerava, con un certo compiacimento, il “Flagello di Dio”, agendo con una ferocia che non ammetteva repliche.

La sua strategia ? Elementare quanto efficace: la guerra totale e il saccheggio sistematico.

Quell’anno Attila guardava l’Occidente  come un buffet di “rammolliti” servito su un vassoio d’argento, e con un esercito che sembrava un’adunata tra amici, scavalcò le Alpi con un solo obiettivo: Roma. Una vecchia signora un po’ decadente, con le rughe coperte dal marmo, che conservava però quel fascino magnetico capace di attirare ogni predatore nel raggio di mille leghe.

Mentre l’Impero si scioglieva come un gelato al sole, l’Urbe trovava però la sua bussola in Papa Leone I, che si ritrovò a fare il buttafuori in una città terrorizzata.

Uomo di grande cultura e poche parole, pacato, riflessivo e animato da fede genuina. Mediatore paziente e responsabile che al clangore delle armi, rispondeva con la diplomazia.

L’ incontro tra i due avvenne vicino Mantova. Da una parte il barbaro con l’alito pesante di guerra; dall’altra il Pontefice con l’autorità di chi sa di avere le spalle coperte. La leggenda narra di visioni celestiali di Santi armati di spada che intimorirono l’Unno.

Ma la storia, quella più maliziosa e terrena, suggerisce che Leone avesse portato con sé una “regalia” in oro così pesante da convincere Attila che, dopotutto, la Pannonia non era poi così male in quel periodo dell’anno. Sta di fatto che il Flagello fece dietrofront, e Leone finì dritto sugli altari.

Oggi, nel 2026, abbiamo un altro Leone (il XIV) sul trono di Pietro.

La scenografia è cambiata, ma i copioni sembrano tristemente simili.C’è da sperare che la storia si ripeta e che la “meravigliosa eloquenza” del Papa attuale sia sufficiente a convincere il nuovo Unno del millennio — quello con il ciuffo biondo d’ordinanza e l’immancabile cappellino rosso — a ritirare le sue orde mediatiche e politiche. Perché, proprio come nel 452, il mondo avrebbe un disperato bisogno di veder ricrescere l’erba, invece di vederla calpestata dall’ennesimo “flagello” convinto di avere la verità in tasca e il mondo sotto i piedi.Speriamo che Leone XIV abbia ripassato bene il copione, perché il nuovo Unno non cavalca un destriero tra le nebbie del Mincio, ma galoppa su un feed di social network.

E se allora il rischio era di vedere le città rase al suolo, oggi il pericolo è di veder raschiata via la logica, un post alla volta.In attesa del miracolo, non ci resta che guardare il prato.

Se vedete qualcuno con un cappellino rosso avvicinarsi con un tosaerba, sapete già come andrà a finire.

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