Mentre l’autunno tinge le foglie e l’aria si fa frizzante, ci avviamo verso quei giorni in cui il tempo sembra sospendersi. Tra la fine di ottobre e i primi di novembre, il mondo intero si raccoglie infatti attorno a uno dei misteri più grandi dell’esistenza umana: il legame con chi non c’è più.
Da una parte c’è il Messico, con il suo vibrante e commovente Día de los Muertos. Lì la morte non si veste di nero, ma esplode in colori sgargianti dei petali di cempasúchil (il fiore dei morti), e nella dolcezza delle calaveras de azúcar, i celebri teschi di zucchero. Quelle piccole opere d’arte dolci, spesso decorate con i nomi di chi abbiamo amato, ci insegnano a guardare alla fine della vita non con terrore, ma con la tenerezza di chi sa che l’affetto non si spegne.
E che dire della colonna sonora di questo viaggio? Se c’è un brano che sa racchiudere l’anima di questa ricorrenza, quello è La Llorona. Tra le sue note struggenti e le parole che parlano d’amore e di tormento, riconosciamo il lamento universale di chi ha perso qualcuno, ma anche la promessa che il legame non si spezzerà mai.
Se guardiamo a casa nostra, in Italia, la sostanza non cambia, sebbene cambi la forma. I nostri cimiteri, nei primi giorni di novembre, si accendono della luce calda e tremula di migliaia di lumini. È la festa della commemorazione dei Defunti: riti antichi, fatti di passi lenti tra i viali dei cimiteri, di crisantemi comprati con cura e di preghiere sussurrate in silenzio. Nelle nostre regioni, questa ricorrenza si intreccia da sempre con tradizioni culinarie e popolari piene di significato — dai dolci dei morti alle tavole lasciate imbandite in alcune culture contadine del passato per accogliere i cari di ritorno.
La straordinaria somiglianza tra queste tradizioni sta proprio in questo: nell’istinto umano di rifiutare di dimenticare. Che si tratti di un altare messicano (ofrenda) colmo di fotografie e del cibo che il defunto amava in vita, o di un loculo italiano pulito con amore e adornato di fiori freschi, il messaggio è lo stesso: “Tu sei ancora qui con noi”.
Le calaveras messicane, con i loro sorrisi dipinti, ci ricordano che ridere della morte significa toglierle il potere di cancellare l’amore. E le nostre candele italiane, che fendono il buio di novembre, ci sussurrano che finché c’è qualcuno che ricorda, nessuno è veramente perso.
In fondo, il Día de los Muertos e la nostra festa dei Morti sono due facce della stessa medaglia: la celebrazione della vita che continua. Un invito a custodire la memoria come il dono più prezioso che abbiamo e a ricordarci che, al di là dell’oceano o dietro l’angolo di casa, l’amore non ha scadenza.